Non detto

Fissavo il muro di fronte a me ormai da ore, intento a rigirarmi fra le mani il foglietto di carta spiegazzato. Il libro che mi ero ripromesso di finire di leggere giaceva aperto a faccia in giù sul tavolino di legno; ero troppo nervoso per dedicarmi alla lettura o fare qualunque altra cosa. All’improvviso, smosso da un’ondata di coraggio che sapevo sarebbe svanita presto se non l’avessi sfruttata, mi decisi: sfilai lo smartphone dalla tasca della felpa e composi il numero di Max spiandolo dal foglietto. Uno squillo. Attesa. Due squilli. Attesa. Tre squilli. Ripresi a torturare con la mano libera il foglietto di carta, l’ondata di coraggio già completamente svanita e rimpiazzata da una vastità di timori. Pensai di mettere giù, era chiaro che non avrebbe risposto.
“Pronto?”
Sentii il cuore perdere un battito. Desideravo che rispondesse tanto quanto speravo che non lo facesse. Mi presi qualche secondo di tempo per calmarmi, onde evitare che la mia voce gli arrivasse tremolante e nevrotica.
“Pronto? C’è qualcuno?” parlò di nuovo.
“Ciao Max! Come stai?”
Silenzio. Probabilmente non aveva riconosciuto la mia voce. Stava cercando di capire chi fossi. Riprovai.
“All’irish pub, due sere fa.”
“Oh, Riley! Perdonami!”
Sentii sorpresa nella sua voce, il che era un buon inizio. Sempre meglio dell’imbarazzo o, peggio ancora, dell’indifferenza.
“Non ho ancora registrato il tuo numero in rubrica, colpa mia. Sto bene comunque, sono tranquillo. E tu?”
“Molto meglio oggi, ti ringrazio. Ti ho chiamato perché pensavo di chiederti… se ti andasse di passare un po’ ti tempo insieme, come ci eravamo detti… magari stasera.”
Sentii il foglietto di carta strapparsi sotto le mie dita, logorato da ore di spiegazzamenti e appallottolamenti senza sosta.
“Stasera mi tocca seguire mia moglie, temo. Cena tra amiche, con rispettivi mariti dappresso. Ci sono volte in cui non trova modo di liberarsi di me,  a quanto pare. O per qualche motivo preferisce non farlo.”
“Capisco la situazione. Una sera qualsiasi allora, magari anche domani, non necessariamente questa sera.”
“Non so Riley, è una settimana difficile, non credo…”
Silenzio. Aveva smesso di parlare. Per quanto ci si possa abituare, rimanere delusi fa sempre un po’ più male ogni volta. Cercai di misurare la voce per non tradire la delusione.
“Capisco. Non devi dirmi di sì, stai tranquillo.”
“Ma io non ti sto dicendo di no.”
“Non devi rispondermi se non vuoi, so bene che hai anche altro per la testa. D’altronde è stata solo una chiacchierata la nostra, un modo per passare una serata, tranquillo. In effetti ero…”
Lo sentii sospirare e poi mi interruppe.
“Sono stato bene con te all’irish pub, Riley.”
Assimilai piano quelle parole, traendone le ovvie implicazioni.
“Ma?”
“Nessun ma. Non stavo per dire ma.”
“Capisco.”
A quel punto non sapevo più cosa rispondere. Non sapevo cosa pensare e non sapevo cosa aspettarmi. Attesi che ricominciasse a parlare, ascoltando i rumori di fondo che provenivano dal telefono.
“Vengo da te, stasera.”
Di sicuro non mi aspettavo questo. Rimasi interdetto.
“Non hai detto di avere una cena con tua moglie?”
“Non credo avrà nulla in contrario se una volta tanto io abbandono lei. E se anche dovesse avere qualcosa da ridire, non ha importanza.”
“Volevo solo rivederti, non crearti dei problemi con tua moglie.”
“Riley, io sono stato davvero bene l’altra sera con te.”
Il modo in cui scandì quel davvero mi fece sentire il petto in fiamme.
“Mi ero rassegnato all’idea di non riuscire più, ormai, a incontrare un’anima amica in questo buco. Tu mi hai fatto ricredere. Per la prima volta dopo mesi, con te, non ho avuto quella voglia disperata di arrivare velocemente a fine giornata per isolarmi dal mondo, facendomi inghiottire dal letto.”
Rimasi in silenzio senza sapere cosa rispondere, spaventato all’idea di dire qualcosa di sbagliato, di fuori luogo. Le uscite infelici e involontarie erano una mia specialità. Per fortuna continuò lui.
“Non voglio che pensi che non abbia voglia di rivederti o di sentirti. Che questa sarà una settimana complicata per me è vero, ma stasera voglio venire da te.”
“Sicuro che non rischio di metterti in una situazione difficile?”
Lo dissi con un tono di voce un po’ instabile, sperai che lui non se ne fosse accorto.
“Assolutamente no. Appena esco da lavoro, per le 19, ti va bene?”
“Certo che sì, io sono qui.”
“Porto qualcosa da mangiare o bere assieme?”
“Preparo qualcosa io, preoccupati solo di venire qui.”
“Va bene, porterò qualcosa. Non sai quanto mi faccia piacere che tu mi abbia chiamato.”
Lo disse ridacchiando. Avrei voluto rispondere “non sai quanto faccia piacere a me risentire la tua voce”, ma non ne ebbi il coraggio. Rimasi qualche secondo in silenzio, la mente ancora impegnata nell’incessante ricerca di qualcosa di appropriato di dire, senza però risultare smielato… o disperato.
“Allora ci vediamo stasera.”
Fu il meglio che le mie sinapsi riuscirono a partorire in quel momento.
“Certo che sì, a stasera Riley.”
Passò ancora qualche secondo durante in quale sentii il suo respiro calmo attraverso il telefono, poi riattaccò.

Stammi vicino

Il disegno è opera mia.
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Recensione – Child of Light

  • Genere: RPG
  • Piattaforme: PC, PS4, Xbox One, Wii U, PS3, Xbox 360, PSVita
  • Prezzo: 14,99€
  • Sviluppato e pubblicato da Ubisoft
Spesso vengono sottovalutate quelle produzioni nate da progetti molto umili, magari sviluppate da team indipendenti o piccole pubblicazioni esclusivamente in digitale da parte di software house più grandi. Ma talvolta tra questi giochi spesso considerati semplici riempitivi tra un titolo di grosso calibro e l’altro, si nascondo gemme splendenti di rara bellezza, in grado con la loro luce di offuscare anche produzioni ben più ambiziose. È proprio questo il caso di Child of Light, gioco di ruolo a turni sviluppato da Ubisoft, che ha lasciato stupiti parecchi giocatori per via della sua inaspettata freschezza.
Su, presto, infilati a letto. Ti racconterò una storia.
È il Venerdì Santo del 1885. Una bambina dai capelli rossi di nome Aurora, figlia del Duca d’Austria, viene colta durante il sonno dal gelo profondo della morte: eppure è proprio lei la protagonista di questa storia. Aurora, come in un sogno incredibilmente reale, si risveglia a Lemuria, una terra meravigliosa e incantata, ma dilaniata dell’ira della malvagia Regina Umbra. Qui vi incontra quasi subito Igniculus, un luminoso lucciolino magico che diventerà suo compagno d’avventura, dal quale apprende di come la perfida Regina abbia rubato il Sole, la Luna e le Stelle e lasciato tutta Lemuria alla mercé di orribili creature oscure. Il compito di Aurora sarà quello di “compiere il proprio destino”, ritrovare gli astri perduti e restituire a Lemuria la sua luce.
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La prima cosa che salta all’occhio una volta posato lo sguardo su Child of Light è sicuramente il suo stile grafico: il gioco è interamente in 2D (il motore grafico su cui è sviluppato è il famoso UbiArt Framework, lo stesso di titoli come Rayman Origins, Rayman Legends e il più recente Valiant Hearts), con sfondi, scenari e personaggi realizzati in stile acquerello con colori brillanti, bordi netti e giochi di trasparenze. L’impressione che si ha guardando Child of Light è quella di un libro illustrato di fiabe che si anima e prende vita sotto i nostri occhi, con disegni delicati e colori gioiosi. Questa sensazione è ulteriormente accentuata da una trama estremamente semplicistica ma piacevole da seguire (dai toni appunto fiabeschi) e dai dialoghi del gioco tutti rigorosamente scritti in versi, con sporadiche fasi di intermezzo narrate a voce da un doppiaggio molto curato anche in lingua italiana. A tal proposito c’è da far notare però qualche piccolo errore di testo presente di tanto in tanto, assieme anche a qualche rima poco riuscita (cosa comunque giustificabile, data la chiara difficoltà nel localizzare in più lingue un prodotto del genere). A coronare questa atmosfera da fiaba interattiva, ci pensa una splendida colonna sonora orchestrata composta interamente dalla famosa artista canadese Cœur de Pirate,  fatta di musiche dolci e lente per accompagnare le fasi esplorative del gioco, da altre più energiche e dai toni forti per scandire le battaglie contro le creature oscure e i terrificanti boss che infestano Lemuria.
“Pilgrims On A Long Journey”
“Dark Creatures”
Child of Light è un gioco che trasuda carisma e incanta il giocare fin dai primissimi minuti. Un quadretto armonioso e ispirato, visivamente pulito e fluido grazie ai 1080p e ai 60fps a cui gira (i capelli di Aurora vi incanteranno!), soave nelle musiche e coinvolgente nelle atmosfere soprattutto grazie agli ingenui ma occasionalmente malinconici dialoghi dei protagonisti. Ma come se la cava il gioco quando, più che da vedere o da ascoltare, c’è bisogno di giocare?
Idee semplici ma accattivanti, danno risultati assai interessanti!
Per quanto riguarda il gameplay, il gioco possiede due differenti e validi volti. Il primo, per le fasi esplorative, è caratterizzato da meccaniche adventure molto semplici che vedono Aurora libera di esplorare le ambientazioni  in lungo e in largo (quasi subito infatti si acquisisce l’abilità di volare) per scovare scrigni, sorprendere nemici e risolvere piccoli e semplici puzzle ambientali con l’aiuto del suo fidato compagno di avventura Igniculus, anch’egli controllabile dal giocare.
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Il secondo invece e anche il più interessante è quello relativo al battle system, che si ispira palesemente ai tipici giochi di ruolo a turno giapponesi. Ogni volta che Aurora tocca una creatura oscura errante infatti, veniamo catapultati in un’arena dove dobbiamo affrontare da uno a tre nemici per volta. Per quanto riguarda gli alleati, se ne possono controllare al massimo due (Aurora non sarà l’unico personaggio giocabile) a cui va ad aggiungersi anche il lucciolino Igniculus, che ha il potere di rigenerare gli alleati o di accecare e rallentare i nemici durante gli scontri. Quest’ultima abilità in particolare risulta quasi sempre di fondamentale importanza, in quanto la velocità dei guerrieri non viene decisa da valori numerici fissi, ma i turni vengono scanditi da una barra ATB posta in basso sullo schermo durante le battaglie. Su tale barra scorrono le icone degli alleati e quelle dei nemici a una velocità variabile che dipende anche dagli attacchi scelti (attacchi diversi hanno, ovviamente, effetti diversi e di conseguenza tempi di lancio diversi), riservando quindi un ruolo importante negli scontri non solo alla strategia, ma anche al tempismo. Tornando al numero dei personaggi, come ho già detto la Principessa dai rossi capelli non è l’unica che può prendere parte agli scontri. Durante l’avventura infatti incontreremo diverse figure appartenenti alle molteplici razze di Lemuria che, in cambio di un piccolo aiuto, decideranno di unirsi alla compagnia di Aurora. Da simpatici topi commercianti a Giullari un po’ negati con le rime, ogni personaggio ricoprirà un proprio “ruolo” all’interno del party: incontreremo maghi elementali, guaritori, stregoni in grado di manipolare i turni d’attacco o guerrieri capaci di difendere efficacemente gli alleati. I vari personaggi possono essere potenziati nel corso dell’avventura tramite degli appositi alberi dei potenziamenti che, a esser sinceri, non si differenziano troppo da alleato ad alleato (in ogni albero si notano infatti sempre le solite caselle per incrementare i valori di difesa, attacco, salute e così via) eccetto per una manciata di skill relative alle loro classi e uniche per ogni personaggio. Ad aumentare vagamente la differenziazione in tal senso ci pensano le armi dei vari combattenti (possedute però di default, nel gioco non esiste un sistema di equipaggiamento purtroppo) che possono essere potenziate attraverso delle speciali pietre chiamate “Oculi”, scovabili all’interno dei molteplici scrigni sparsi per le ambientazioni e che aggiungono degli effetti passivi particolari agli attacchi dei personaggi. Gli Oculi risultano molto utili per combattere più o meno qualsiasi creatura oscura presente a Lemuria, in quanto ogni nemico e anche ogni alleato possiede delle particolari resistenze e delle particolari debolezze a vari elementi.
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Child of Light risulta quindi essere un’opera molto equilibrata, dotata di un gameplay sicuramente immediato ma non banale e in particolare di un battle system che riesce a scongiurare il pericolo della ripetitività e proporre battaglie sempre differenti e appaganti attraverso semplici ma efficaci meccaniche, seppur con qualche semplificazione di troppo riguardante lo sviluppo dei personaggi. A giocare a favore di un gameplay così semplice è anche la longevità (forse un po’ bassa, ma decisamente giustificabile dal tipo di prodotto e dal prezzo al quale viene proposto), che si attesta sulle 5-6 ore per coloro che non vorranno perdersi troppo in chiacchiere durante l’avventura, ma che possono tranquillamente raddoppiare per i cacciatori di scrigni, gli esploratori e i buoni di cuore che vorranno dare una mano a ogni singola creatura di Lemuria bisognosa di aiuto. Incentivata inoltre anche la rigiocabilità: infatti, una volta portato a termine il viaggio di Aurora una prima volta, sarà possibile ricominciare una “Nuova Partita +” nella quale conserveremo tutti i potenziamenti e gli oggetti ottenuti nella partita precedente, ma ci sarà data la possibilità di accrescere ulteriormente le abilità dei personaggi giocabili e affrontare nemici ancora più impegnativi. E a proposito di difficoltà: il gioco mette a disposizione due differenti livelli, chiamati Principiante ed Esperto. Nella seconda metà del gioco anche la difficoltà minore potrebbe offrire scontri discretamente impegnativi (però parzialmente rovinati da pozioni e polveri curative/potenzianti sparse ovunque per tutta Lemuria), ma è consigliabile per chiunque voglia un’esperienza comprendente anche un po’ di sana sfida, partire subito dal livello Esperto.
 Ho l’impressione, cara Aurora, che un pezzo a me manchi ancora.
Come molti titoli al giorno d’oggi, anche Child of Light offre dei contenuti extra acquistabili separatamente: ben sette pacchetti DLC. Quattro di questi contengono semplicemente varie tipologie di Oculi, utili solo a facilitare ulteriormente l’avventura di Aurora a Lemuria (e credetemi, non ce n’è davvero bisogno). Altri due contengono delle skin alternative per la protagonista, puramente estetiche. L’ultimo invece è qualcosa di decisamente interessante: aggiunge infatti un intero nuovo personaggio giocabile, dotato di una sua personale quest, di dialoghi aggiuntivi e soprattutto di skill uniche. Personalmente consiglio l’acquisto di quest’ultimo contenuto, anche se dispiace un po’ notare come quello che è a tutti gli effetti un pezzo del gioco, sia stato tagliato via e messo vendita separatamente a ben 2,99€ per nessun valido motivo.
 Cosa vedono i miei occhi? Starò sognando?
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Child of Light è un titolo forte di un gameplay funzionale, vario e divertente ma non sicuramente esente da difetti, tra i quali l’eccessiva semplificazione di alcune meccaniche di gioco e un livello di sfida tarato (forse troppo) verso il basso. Ma nonostante questo è anche un sorso di acqua freschissima, un piccolo gioiellino in grado di brillare, differenziarsi e farsi notare in mezzo a un mare di produzioni ben più ambiziose (e costose). È un gioco che riserva davvero tante sorprese, che omaggia un genere ormai poco prolifico al giorno d’oggi e che riesce a incantare per la delicatezza e l’originalità del suo comparto artistico. Che dire: concedetevi anche voi un bel viaggio tra splendidi e malinconici paesaggi, cullati da dolci note di piano e violino, accompagnati da maghi fifoni e bimbe che parlano in versi, alla ricerca degli astri rubati e della luce perduta della meravigliosa terra di Lemuria.
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Ne ho bisogno

Lui è ancora a letto, a dormire tranquillo. Quando mi sono svegliato l’ho trovato tutto infreddolito, le coperte ammassate ai piedi del letto, nudo come quando ci siamo addormentati dopo aver fatto l’amore. Non ho resistito, mi sono avvicinato e l’ho baciato, prima di coprirlo premuroso col nostro bel piumone grigio.
Fa sempre freddo in casa nostra. “Tu vuoi farmi acciaccare” mi dice, ma in realtà è che non mi va di accendere i riscaldamenti. Mi piace il freddo. E non vorrei che poi sentisse di non avere più bisogno dei miei abbracci. Adoro la sera mettermi a letto sotto le coperte assieme a lui e abbracciarlo, stringermi e farmi stringere al calduccio del suo corpo con la scusa del freddo. Lui ridacchia, mi abbraccia forte e poi mi bacia. Lo so, è un giochetto veramente stupido; e lo so, mi abbraccerebbe ugualmente. Ma non sarebbe la stessa cosa, così è più divertente, e a lui non sembra dispiacere troppo.
Forse è stupido che io adesso stia qui a scrivere queste cose, ma è un promemoria. Salverò queste quattro righe sul pc, in una cartella accanto a quella del materiale per il lavoro, in modo da averla sotto gli occhi sempre. Per ricordarmi della felicità che ho provato a risvegliarmi accanto a lui stamattina. Per ricordarmi da cosa sono scappato, su cosa ho sputato sopra più volte in questi anni.
Sento dei rumori provenire dalla camera da letto adesso, forse lui sta per svegliarsi. Non voglio che si svegli senza di me, che veda lo spazio vuoto accanto a sé nel letto e pensi, anche solo per un secondo, che io me ne sia andato ancora una volta.
Mi sveglio sempre prima di lui ogni mattina. Voglio esserci quando apre gli occhi alla luce del mattino, ad augurargli il buon giorno e a baciarlo, a fargli cominciare nel migliore dei modi una nuova giornata. A volte lui mi sorride appena sveglio, mi sussurra qualche parola dolce, mi regala qualche coccola stretti stretti sotto le lenzuola, poi la colazione assieme. Altre volte sbuffa, non ha voglia di alzarsi e andare a lavoro, mi guarda con quell’aria da cane bastonato come a chiedermi di far apparire dal nulla una magica soluzione ai suoi problemi. Molte volte in queste mattine facciamo anche l’amore. È persino più bello fare l’amore con lui quando è di malumore. E alla fine il sorriso gli ritorna sempre.
Non so come faccia, dopo tutte le delusioni che gli ho dato, ad avere ancora voglia di sorridermi. Lo fa sempre, per ogni cosa, fin da quando eravamo ragazzi. Sempre pronto a perdonarmi, sempre pronto a scusarmi, ad abbracciarmi anche dopo averlo preso a pugni. Da quando stiamo assieme mi sorride ancora di più, e ogni sorriso è più bello di quello precedente, mi alleggerisce il cuore un po’ di più. Adesso, ogni tanto, qualche sorriso me lo concedo anche io, li regalo tutti a lui.
Sento altri rumori provenire dalla camera dal letto, potrebbe essersi già svegliato. Devo correre, non posso perdermi il suo sorriso del buon giorno, e poi stamattina ho voglia di coccole. Niente lavoro, abbiamo tutto il tempo solo per noi. Voglio accoccolarmi sul suo petto e sentirmi al sicuro, voglio abbracciarlo forte e farlo sentire tranquillo e protetto.
Ho bisogno di lui. Ho bisogno di sentirmi in colpa per averlo fatto soffrire così tanto. Ho bisogno di sapere che con il tempo riuscirò, forse, a sentirmi degno della fiducia e dell’affetto che lui non ha mai smesso di darmi.
CoccolamiIl disegno è opera mia.

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Incontri

Giubbino e Nocciola conversavano al bancone ormai da parecchi minuti. Alice li teneva d’occhio attraverso le porte di vetro scorrevoli del centro commerciale, seduta ai tavolini esterni e sorseggiando tranquillamente il suo cioccolato caldo. Il freddo quel pomeriggio era davvero pungente, reso ancora più insopportabile del venticello glaciale che tirava ormai da diverse ore. Alice rabbrividì, si strinse forte nel suo grande giubbottone viola e benedisse l’ustionante ma piacevole sensazione del cioccolato caldo che le scivolava in bocca dandole un po’ di sollievo dal gelo opprimente. Continuava a sporgersi esageratamente oltre il bordo del tavolo per osservare i due uomini che parlavano fitto. Giubbino (che quel giorno non indossava alcun giubbino, ma solo una tuta da ginnastica blu smorto) aveva un’espressione seria e continuava a giocherellare nervoso con un mazzetto di chiavi colorate che teneva in mano. Nocciola invece sembrava agitato come al solito, mentre riordinava diligentemente le bottigliette piene di liquidi colorati esposte sul bancone. A un certo punto Alice lo vide fermarsi, prendere un blocchetto di carta e una penna da vicino al registratore di cassa e scarabocchiarci sopra qualcosa. Strappò il foglietto dal blocco e lo porse titubante e con un sorrisetto timido a Giubbino. Quest’ultimo quasi glielo strappò di mano per la fretta di nasconderlo dentro la tasca dei pantaloni, poi si guardò un attorno imbarazzato, disse qualcosa rivolto a Nocciola e diede le spalle al bancone per avviarsi verso l’uscita.
Alice si riscosse all’improvviso sulla sedia e per poco non cadde faccia avanti sopra il tavolino, versando dal bicchiere un po’ di cioccolato caldo che le ustionò due dita. Proprio mentre era intenta a leccarsi il cioccolato via dalle dita doloranti, le porte scorrevoli si spalancarono e Giubbino uscì fuori a passo svelto diretto verso i parcheggi. Alice vide il foglietto di carta su cui aveva scritto Nocciola volare fuori da una delle tasche dei pantaloni dell’uomo e svolazzare via in balia del venticello freddo. Abbandonò in tutta fretta il bicchiere di polistirolo sopra il tavolo e si lanciò all’inseguimento del foglietto volante, riuscendo per fortuna ad afferrarlo al primo balzo in avanti.
“Mi scusi! Signore, mi scusi!”
Giubbino si voltò di scatto con un’espressione truce e nervosa, tanto che Alice quasi si pentì di averlo chiamato, pensando che sarebbe stato meglio lasciar volare via il foglietto.
“Cosa c’è?”
“Le è scivolato via questo dalla tasca mentre camminava. Tenga.” – Alice si avvicinò e gli tese educatamente il foglietto stropicciato. Giubbino lo fissò indeciso per un attimo, poi tornò a guardare Alice con la massima indifferenza.
“Non è mio. Di sicuro non è caduto dalla mia tasca.” – Fece per voltarsi e continuare verso i parcheggi.
Alice lo fermò subito ricominciando a parlare:
“Mi scusi, ma qui fuori ci siamo solamente io e lei… e io l’ho visto volare fuori dalla sua tasca. Non capisco.” – Si chiese a che pro insistere, ma le sembrava una situazione così strana e assurda che non aveva voglia di tirarsene fuori così presto.
“Forse il destino aveva deciso che era molto meglio che io perdessi quel foglietto, non credi?”
Alice lo fissò intensamente per qualche istante chiedendosi se per caso l’uomo non avesse qualche rotella fuori posto. Giubbino sbuffò nervoso e si mise a fissare l’asfalto sotto i loro piedi con aria spazientita.
“Magari ne ha bisogno per richiamarlo…” – disse Alice di getto, agitata e senza sapere cos’altro rispondere.
Giubbino distolse lo sguardo dall’asfalto e prese a fissarla dritta in viso con gli occhi ridotti a due fessure, sospettoso.
“Ok, avrai sbirciato il foglietto e visto il numero di telefono. Ma come fai a sapere da chi mi è stato dato? Stupida ragazzetta impicciona, non hai di meglio da fare a quest’ora?”
Alice arrossì così violentemente per l’imbarazzo di essersi tradita, che quasi non le si distingueva più il viso dalla massa di capelli rossi. Nonostante questo però sentì l’irritazione prendere velocemente possesso della sua lingua:
“Guardi che io ero seduta per i fatti miei ai tavoli di fronte al bar. E lei e il barista eravate le uniche altre due persone presenti in tutto corridoio. Non era di certo mia intenzione stare lì a spiarla, non me ne frega niente di quello che lei fa. Sono venuta qui solamente per riconsegnarle questo stupido foglietto! E non si disturbi troppo a ringraziarmi, mi raccomando.”
Giubbino afferrò scontrosamente il foglietto dalle mani di Alice e se lo rimise disordinatamente in tasca, poi si rivolse di nuovo alla ragazza:
“Questioni di lavoro. Pensa a studiare alla tua età piuttosto che metterti a fantasticare idiozie.”
“Fantasticare cosa? Scherza? Non comprendo questo suo improvviso bisogno di giustificarsi con me tra l’altro, non la conosco nemmeno! Non mi interessa.”
Alice non aspettò che l’uomo la ringraziasse, se mai avesse voluto farlo. Gli diede le spalle con esagerata teatralità e tornò indietro verso il tavolino del bar. Si sedette e guardò in direzione di Giubbino, che ne frattempo si era allontanato e stava salendo su un macchinone nero parcheggiato nelle file più lontane dall’entrata. Un’improvvisa risatina divertita la fece trasalire, e per poco non si versò per la seconda volta il cioccolato bollente sulle mani. Si volse sorpresa nella direzione da cui aveva sentito arrivare la risata e vide Nocciola seduto tranquillamente a uno dei tavoli più lontani, col grembiulino verde da barista ricoperto di macchie sul davanti e una sigaretta accesa in una mano. Le sorrideva, ma lei agitata distolse subito lo sguardo e si mise a fissare la scatola dei tovagliolini poggiata di fronte a lei sul tavolino.
“La tua amica non c’è oggi pomeriggio?” – chiese Nocciola.
Alice cercò di rispondere con tono calmo e indifferente:
“No, aveva impegni.”
“Non studiate più assieme?”
“Sì, lo facciamo. Ma diciamo che “il periodo di fuoco” per adesso è passato.”
Uno strano moscerino si era poggiato sui tovagliolini, e Alice lo scacciò via con un’unghia.
“Capisco” – rispose semplicemente Nocciola, lasciando cadere il discorso.
Passarono lunghi minuti di silenzio durante i quali Alice riuscì finalmente a terminare la sua bevanda. Stava aspettando che Nocciola terminasse la breve pausa, prima di alzarsi e andare via. Come se gli avesse letto nel pensiero il ragazzone si alzò dalla sedia, gettò la sigaretta consumata in un cestino dei rifiuti lì vicino e si diresse verso l’entrata del centro commerciale. Arrivato più o meno a metà strada però si fermò, Alice vedeva le sue scarpe verdi e consunte a pochi passi da lei.
“Ti ringrazio, rossiccia.”
Alice alzò gli occhi e vide che Nocciola le sorrideva amichevole. Lei ricambiò il sorriso, con un po’ di imbarazzo.
“Di nulla, rossiccio. Mi chiamo Alice.”
“Massimo” – disse lui alzando una mano e mimando un mezzo saluto – “Ci si vede, Alice.”
Lei lo seguì con lo sguardo mentre tornava al bancone del bar e dava il cambio alla tizia scontrosa dai capelli multicolor con cui condivideva i turni. Alice abbandonò il tavolino e una volta liberatasi del bicchiere di polistirolo ormai vuoto si diresse verso casa con la testa ronzante di pensieri.

 

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Basta poco

Giuseppe entrò nella camera di Massimo con il libro in mano. Era teso e quasi emozionato all’idea di vedere quella stanza, di scoprire quanto e cosa raccontasse dell’uomo che la occupava.
Appena varcata la soglia gli si aprì alla vista una stanzetta piccola e disordinata, illuminata da una finestrella senza tende che dava sulla strada e posta di fronte alla porta. Era dominata da un lettone a due piazze coperto da lenzuola verdi sulla destra e da una gigantesca libreria stracolma di volumi adagiata sulla parete a sinistra. Ovunque erano sparsi aggeggi elettronici di ogni tipo. Giuseppe riconobbe subito il lettore multimediale di Massimo abbandonato sulle lenzuola, quello con in quale qualche mese prima avevano ascoltato insieme canzoni sotto un cielo grigio, su una panchina solitaria non molto lontana da lì; quello sulle cui note riprodotte si erano dati il primo bacio dopo anni di autoimposta lontananza, e Giuseppe aveva deciso che non avrebbe mai più rinunciato alle sue labbra né ad ogni altra cosa di lui. Un sorriso tenero gli increspò il viso a quel ricordo, reso ancora più vivido da quell’odore “inconfondibilmente Massimo” che permeava ogni angolo di quella stanza: un aroma misto di carta stampata e legno che si portava sempre addosso.
Si diresse verso la libreria attento a non urtare o calpestare nessuno dei vari oggetti sparsi su tutto il pavimento di legno, e individuò su una mensola in alto quello che doveva essere il posto del libro mancante. In quel piccolo spazio, adagiato tra due libri, vi stava un piccolo foglietto di carta stropicciata. Giuseppe lo afferrò incuriosito e vi lesse sopra:
Massimo Ama il suo STUPIDO Giuseppe
La scritta occupava l’intero foglietto ed era attorniata da miriadi di strane decorazioni e disegnini realizzati a matita. Sembrava il lavoretto di un adolescente annoiato che aveva deciso di passare il tempo a scarabocchiare smielate dediche amorose al proprio amore platonico. Per quanto lo trovasse infantile, il cuore gli si fece più caldo di fronte alla semplicità spiazzante di quelle parole. Ripensò a tutti gli insulti, ai rifiuti e alle delusioni che aveva dolorosamente inflitto a Massimo in tutti quegli anni. Ripensò alle lacrime, ai baci, a dei fiammiferi rotti e a un capanno in montagna, a dei vestiti fradici e a una stanzetta scura, alle parole sempre dolci di Massimo e ai suoi occhi verdi e lucidi. Giuseppe lo deludeva, lo insultava, gli diceva di non volerlo mai più rivedere; Massimo rispondeva con affetto, con premura, con due linee di matita su un foglietto di carta cariche di una dolcezza infinita. Rispondeva amandolo.
Giuseppe si riscosse dai propri pensieri e scacciò via mentalmente il senso colpa: non aveva voglia di sentirsi infelice in quel momento. Ripose il libro che aveva in mano al suo posto sopra la mensola e infilò con cura il foglietto di Massimo dentro il borsellino di tela nera che aveva indosso. Prima di uscire dalla stanza si diresse verso il piccolo lettore multimediale abbandonato sul letto. Lo accese, cercò nel catalogo delle canzoni “Dove resto solo io” di Laura Pausini e avviò la riproduzione della canzone in loop a volume molto basso. Rimise piano il lettore sopra le lenzuola e uscì dalla stanza con il cuore due volte più grande di quando vi era entrato.

 

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